Un nome non fa primavera

Si ricompatta la casta per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Nella tornata precedente l’inattesa affermazione dei 5 stelle aveva creato quel panico tipico di chi sente il terreno franare sotto i suoi piedi, allontanarsi vitalizi e privilegi, facili corruzioni e concussioni, prescrizioni ed assoluzioni…il nome di Napolitano si ergeva a difesa dei soprusi commessi e di quelli a venire, l’unica strada fu rivotarlo a larga maggioranza.

L’avvento di Renzi, dopo il breve e malinconico periodo Letta, ha ridato fiato e fiducia a chi ha da sempre inteso il suo ruolo come l’occasione della vita, un superenalotto perenne, che permettesse a lui ed ai suoi familiari e suoi amici di poter pappare per sempre sulle spalle degli italiani…e il premier ne è un magnifico esempio.

Le riforme anticostituzionali della Costituzione, che toglie il diritto al voto al popolo italiano, il jobs act, che cancella il diritto al lavoro inteso come contributo alla ricchezza di tutti e lo trasforma in variabile dipendente dai profitti , la legge di stabilità, che stabilisce la distruzione del territorio e la cancellazione della sanità pubblica e della scuola pubblica, sono stati il banco di prova che la casta, guidata dallo spregiudicato Renzi, ha messo in campo per tastare le reazioni dell’opinione pubblica italiana.

Il silenzio assenso ha dato il via libera a quel teatrino dell’orrido che è divenuto il nostro parlamento. Un nome preso da quella miriade di personaggi che calcano la scena politica da sempre, da sempre inseriti pienamente nei meccanismi di un potere marcio e logoro, da sempre silente contro le ingiustizie perpetuate ai danni dei più deboli e della povera gente, esce dal cilindro di un venditore di pentole usate per servire da specchietto per quegli allocchi che credono che, da questo momento, le parole scritte nella Costituzione torneranno a vivere nel nostro paese.

Entusiasmo tra i piddini, che dimostrano di controllare completamente l’emiciclo pieno di mantenuti,  di persone attaccate alla poltrona e distanti milioni di chilometri dal vero senso della loro presenza, costretti a votare chi gli viene indicato per non rischiare, neanche lontanamente, una crisi di governo, un qualcosa che possa mettere a rischio il loro posto “fisso”.

E’ la festa della casta, il suo carnevale mascherato di una democrazia che nelle vite, nelle strade della gente onesta, non esiste più.

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