Stato e mafia: la volta buona

Segnali, e non solo segnali, arrivano dalle stanze, divenute indecenti, di una Repubblica allo sbando, e dai palesi accordi, e dalle non dette parole, di un clima irrespirabile che ricomincia a far sentire il suo puzzo.

Appena ieri Ingroia denunciava apertamente il ruolo che il premier, imposto da Napolitano, ricopre in questo triste momento del nostro paese: “Renzi è il trait d’union tra la classe dirigente, politica ed imprenditoriale, corrotta e il malaffare criminale e mafioso”.

Il patto del Nazareno, con Berlusconi, che aveva Mangano come “giardiniere” e Dell’ Utri, condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, come eterno e stretto collaboratore, sancisce quest’accordo che tocca dalle basi le libertà democratiche del popolo, negandogli nei fatti la possibilità di incidere, in maniera democratica e sostanziale, con il voto alla formazione dei propri governi, e immagina, con probabilità vicine al 100%, un nuovo Presidente della Repubblica  garante non più della Costituzione, ma di questo patto scellerato.

Di Matteo, il pm che si occupa di portare avanti, ormai da solo e contro tutti, l’indagine su un passaggio fondamentale non solo della nostra storia, ma del nascere e del consolidarsi di un potere politico figlio di una stagione di stragi e di indicibili accordi, non viene mai citato dall’ex- capo dello Stato, né mai dal nostro premier per caso. La citazione, taciuta alla platea, gli viene “dedicata” da Giovanni Canzio, presidente della Corte d’Appello di Milano, nella cui relazione si legge un aperto dissenso all’audizione del Presidente della Repubblica Napolitano, sui rapporti che lo stesso ebbe con l’indagato ex-ministro Mancino e sul significato della famosa lettera del consigliere D’Ambrosio.

Ancora una volta chi indaga sui rapporti tra politica e mafia, ed organizzazioni criminali, viene lasciato solo da tutti gli organi dello Stato, delegittimato, silenziato, cancellato da ogni discorso, velatamente, ma costantemente, messo sotto pressione ed attaccato.

Come fu per Falcone, come fu per Borsellino, come fu anche per Dalla Chiesa, per i preti coraggio, e per le tante vittime della mafia e dello Stato, il dubbio insinuato, la mascherata critica, il dissenso camuffato da “doverosi passaggi istituzionali tesi al rispetto delle prerogative costituzionali”, sono l’inizio del percorso di delegittimazione, anche agli occhi della disattenta opinione pubblica, di chi cerca di togliere finalmente il tappo da quella fogna che insozza la nostra storia e la nostra repubblica.

Lo si fa tra le righe, in veloci comunicati stampa, senza alcun approfondimento, in relazioni scritte, ma in parte taciute…con quel metodo che sa tanto di mafia…ed ogni giorno di più anche di stato…

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