Non è possibile che Dio induca gli uomini in tentazione

“Perché Papa Francesco ha deciso di cambiare il Padre nostro”, è il titolo di un articolo pubblicato dall’Agenzia Giornalistica AGI il 14 agosto, a firma dell’amico prete e scrittore Mauro Leonardi.

Un passo dell’articolo lascia perplessi. Scrive, don Mauro:
«Perché per tanto tempo si è pensato che andasse bene “non indurci in tentazione”? Perché c’è un senso, ormai andato in disuso della parola tentazione, che non è strettamente e radicalmente negativo. Quando una mamma incoraggia il bambino a muovere i primi passi verso il papà spinge il figlio a mettersi alla prova, a rischiare, accettando il rischio che cada. In questo senso lo “mette in tentazione”: è quell’incoraggiare a vivere, a sperimentare, a rischiare con ottimismo, che ogni buon genitore auspica per la propria prole. Nella Bibbia ci sono molte situazioni in cui Dio mette alla prova con l’intento di far crescere: basti pensare al sacrificio di Isacco quando Dio, dice la Bibbia, “mise alla prova Abramo” (Gn 22,1). L’obiettivo di Dio non è sperare che Abramo cada e pecchi ma insegnare all’uomo, cioè ad Abramo, a donarsi a Dio».

Intanto c’è da osservare che se questo fosse il significato, se “indurre in tentazione” fosse cosa buona, sarebbe assurdo pregare Dio di non fare una cosa buona. Anche il paragone è sbagliato. La mamma non tenta il figlio a compiere il male. Dio tenta Abramo a compiere il male. La mamma non ricorre ad un mezzo moralmente cattivo per raggiungere un fine buono, Dio, nell’episodio biblico, ricorre ad un mezzo moralmente cattivo, per raggiungere un fine buono. E questo non è possibile. E questo dimostra chiaramente che quell’episodio non è da prendersi alla lettera.
L’autore biblico attribuiva a Dio un disegno crudelissimo: fingere di volere il sacrificio di Isacco, per mettere alla prova la fede di Abramo: «Su, prendi tuo figlio, il tuo diletto che tu ami, Isacco, e va’ nel territorio di Moria, ed offrilo ivi in olocausto su di un monte che io ti dirò» (Gn 22,2). Abramo obbedì, andò sul monte, legò Isacco, e lo depose sull’altare sopra la legna. Avrebbe scannato con un coltello il figlio, se non fosse intervenuto un angelo di Dio. Il Signore fingeva, ma in tal modo Abramo, per mostrare la sua fede, fu costretto a stravolgere un legame naturale, a diventare un padre snaturato. L’episodio, letto alla luce del Vangelo come figura del sacrificio di Cristo, era anche una condanna della prassi orientale di sacrificare i bambini per l’inaugurazione di un palazzo (i sacrifici di fondazione). Un buon padre avrebbe risposto al Signore: “Non sei Dio se mi chiedi questo. Vade retro Satana!”.

Renato Pierri

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