Nel nome mio o nel nome di Dio.

 ‘o pappice dicette di Emanuela Marmo

Zineb El Rhazoui comincia la sua carriera giornalistica nel Paese in cui è nata, in Marocco, scrivendo per testate che saranno soppresse dal regime nel 2010. Viene arrestata tre volte per azioni di contestazione al governo. Ad esempio, per aver organizzato un picnic di protesta durante il Ramadan.

Lascia il Marocco. A Parigi è portavoce di «Ni Putes Ni Soumises», un’organizzazione che fornisce supporto alle donne islamiche vittime di repressione e violenza in famiglia.

Nel 2011, quando il mondo arabo è attraversato da una Primavera di rivolte, Charb, allora direttore di Charlie Hebdo, incarica Zineb El Rhazoui di raccontare le vicende marocchine e di fornire alla rivista una sua visione dei fatti.

Un paio di anni dopo, Zineb collabora con Charb alla stesura di un fumetto sulla vita di Maometto: lo sforzo culturale della giornalista e del magazine è di fare dell’islamismo una religione come un’altra, sulla quale sia possibile raccontare la verità, ma anche fare parodia e satira.
Accade però che Zineb riceva minacce di morte. Attraverso Twitter viene lanciata contro di lei una fatwa, centinaia di fanatici e integralisti islamici si dichiarano obbligati a rintracciarla e ucciderla, organizzando attraverso un hashtag (trad. in inglese #MustKillZinebElRhazouiInRetaliationForTheProphet) una vera e propria caccia, che si serve della pubblicazione di foto di famigliari della donna e di una mappatura di luoghi da lei frequentati.
L’International Business Times ha definito Zineb El Rhazoui come una “secularist and human rights compaigner”, attivista laica per i diritti umani.
All’International Conference on Freedom of Conscience and Expression in the 21st Century (http://maryamnamazie.com/event/8453/) che si è svolta a Londra lo scorso luglio, Zineb El Rhazlani ha spiegato cosa significa contrastare il fascismo islamico.

Quando i terroristi irrompono nella redazione di Charlie Hebdo compiendo un massacro, Zineb non è lì per puro caso. Un documentario, Rien n’est pardonné, con la regia di Vincent Coen e Guillaume Vandenberghe, ripercorre la storia di Zineb, spiegando come, con ogni probabilità, lei fosse uno degli obiettivi dello stesso attentato a Charlie Hebdo.
Il film è uscito in Austria, in Belgio, in Svizzera, in Svezia, in Norvegia e in Olanda. Non ancora in Francia: nonostante la prima mondiale, al Fipa, sia stato un successo, in Francia nessuno compra i diritti. Hanno paura di mandarlo nelle sale. Hanno paura di trasformare i cinema in mattatoi.

Per seguire il percorso professionale di Zineb ho letto svariati articoli, ascoltato sue conferenze, letto interviste. I termini che mi sono venuti incontro, che mi hanno offerto una chiave di lettura esatta, sono “laicità” e “fascismo musulmano”.
L’unico modo per evitare che le religioni escano dalla dimensione del culto e del sacro, trasformandosi in strumenti di controllo e persecuzione del dissenso politico, è che le Istituzioni, le quali costituiscono appunto il campo di mediazione e di incontro tra lo Stato e il cittadino, siano assolutamente laiche. Definire l’integralismo e il terrorismo islamico come fascismo strappa in maniera inequivocabile il tema dalla cornice etnica e mette la questione in relazione al diritto, alla libertà, alla democrazia.
La paura che i sentimenti religiosi siano offesi sta permettendo a questi di diventare egemoni nel nostro rapporto con altre culture, assegnando un potere politico e militare ad organizzazioni che, se davvero fossero religiose, non dovrebbero averne.
Cosa fare? Lottare e rischiare di farsi ammazzare?

In Belgio il documentario di Coen e Vandenberghe non è stato distribuito nelle sale cinematografiche, è stato mandato in onda dalla tv: esistono canali o dobbiamo trovarne per tenere desta l’attenzione, per scambiare e accedere a informazioni essenziali alla comprensione del nostro tempo, pur senza esporci a pericoli certi. Lo sforzo di trovare soluzioni per accompagnare in ogni caso quei pochi che fanno della loro vita un’esperienza di lotta negli interessi di tutti noi non deve cessare.
La rivendicazione del proprio lavoro per Zineb comincia dall’ostinato rifiuto dell’accusa di islamofobia, ella spiega come la lotta per la libertà di espressione e le pari opportunità per i laici o per le donne o per le minoranze religiose non sia un pregiudizio contro l’islam, bensì una necessità in contesti sociopolitici che nascondono dietro il pensiero religioso un sistema politico antidemocratico.
Il reato di blasfemia preserva uno status di privilegio e spesso è uno strumento di persecuzione. Il rispetto per le religioni non deve attuarsi a mezzo logiche coercitive o sanzionatorie. In difesa di Dio, in realtà cosa si giustifica e cosa si mette a tacere?

Domandiamoci anche: tutto questo in che misura ci riguarda? Accade anche da noi?
Un attivista satirico della Chiesa Pasatafariana Italiana, Giampietro Belotti, il pirata travestito da nazista dell’Illinois per contestare attraverso la parodia le Sentinelle in piedi, è stato multato per bestemmia, e per i suoi atteggiamenti “bestemmiatori” è stato ritenuto “potenzialmente pericoloso” sicché gli è stato ritirato il porto d’armi per uso sportivo.
Fuori dai nostri confini, per una bestemmia si finisce in prigione, si viene fustigati. Perché?
Aderisco alla campagna interazionale #EndBlashemyLaws e sostengo la Chiesa Pastafariana Italiana che dalla pagina fb Dioscotto (https://www.facebook.com/dioscotto/) si sta mobilitando per ricostituire un fondo di solidarietà per i rei di blasfemia attraverso un ciclo di eventi di beneficenza, resi possibili grazie alla partecipazione di Daniele Caluri ed Emiliano Pagani, autori di Don Zauker, e Daniele Fabbri, autore satirico e stand-up comedian.

In cielo non si combatte alcuna battaglia per le nostre parole. Per le nostre parole siamo in guerra tra noi, tra chi non vuole smettere di dirle e chi nel nome di Dio vuole serrarle.
Zineb El Rhazoui discrimina l’Islam? Daniele Fabbri e Don Zauker offendono il papa? Giampietro Belotti costituisce una minaccia alla sicurezza pubblica? Ma che strano. Nessuno di loro impugna un manganello, nessuno di loro ha il potere di togliere libertà ad altri, nessuno di loro istruisce terzi per eliminare o terrorizzare avversari. Forse allora quelli che vanno difesi, tutelati, protetti, quelli in pericolo, sono loro.

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