Lettera ad una religiosa frequentatrice del blog “Come Gesù” di don Mauro Leonardi

“– Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”
(Elie Wiesel)

Gentile religiosa signora, la risposta a quella domanda è apparentemente soddisfacente e pertinente, ma non è per niente soddisfacente se la formuliamo così: «Perché Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto quest’eccesso di distruzione e questo trionfo del male?» (Ratzinger ad Auschwitz nel 2016). Non spiega, infatti, perché Dio abbia permesso, abbia tollerato, in quel caso e in moltissimi altri di profondo dolore e ingiustizia, il “trionfo del male”.
Lei poi, gentile signora, scrive: “Dio è lì, in quel bambino impiccato che non rivendica, non fa nulla, perché Dio è incapace di male, nemmeno la morte stessa è male per Lui”.
Intanto c’è da osservare che il ragazzino impiccato non fa nulla, perché gli viene impedito di fare qualsiasi cosa. Che Dio sia incapace di compiere il male, mi sembra giusto, mentre non è giusto affermare che per Dio la morte non sia un male… “.
Si sbaglia. Gesù vince la morte, vince il male. “Il Vangelo della vita… viene contraddetto dall’esperienza lacerante della morte che entra nel mondo… La morte vi entra a causa dell’invidia del diavolo e del peccato dei progenitori… “ (Evangelium vitae). La morte è un male.

Lei poi mi chiede: “Crede dunque che imitare Cristo sia una cantonata?”. E chi ha mai affermato che il sacrificio di Chiara Corbella (se di vero sacrificio si trattò) non fosse imitazione di Cristo. Io stavo parlando di altro. Stavo parlando dell’assurda convinzione di Chiara Corbella che le sue disgrazie fossero doni di Dio.
E alla fine, gentile signora, ha concluso con la grande domanda alla quale ha dato la grande risposta: “In definitiva: il male lo manda Dio? Non lo sappiamo”. Lei, gentile signora, non lo sa. Era un plurale maiestatico? Chiara Corbella riteneva di saperlo. Di questo stavo parlando.
Le ricordo anche, gentile religiosa signora, che quando Gesù parla di “giogo dolce” non si riferisce alla croce, ma al “suo ideale di vita fatto di mitezza e di povertà, che è l’ideale proclamato già nel discorso della Montagna” (Angelo Lancellotti). La croce può essere una conseguenza dell’adesione a tale ideale.
Ma la conseguenza non è per niente dolce. Perlomeno non lo fu per Gesù. La sofferenza fu totale.
Il “giogo” è nella simbologia biblica e rabbinica la Legge.

L’ignoranza del vangelo da parte del marito di Chiara e di Chiara stessa, fece credere loro che dolce fosse la sofferenza. Una sofferenza dolce (ossimoro) non è completa sofferenza. Una croce dolce è un po’ meno croce. Forse non è croce per niente.

Renato Pierri

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