Latte sì, oppure no? Yogurt sì, oppure no?

Alle pagine 250 e 251 del libro di grande successo “L’intestino felice” di Giulia Enders, Sonzogno Edizioni, al capitolo: “Una saggia voglia di acido”, il che è già tutto dire, si legge:

«“Il nostro corpo conosce l’acidità grazie alla frutta e ai batteri benefici (per esempio, i lattobacilli dello yogurt), Se non è eccessiva ed è combinata con altri alimenti, il nostro gusto si fida di lei. Per preparare un buon piatto saporito, utilizziamo dunque una componente acida: pomodori nella salsa, una spruzzata di limone sul pesce, un po’ di vino nel soffritto. Questa saggia voglia di acido è particolarmente interessante per gli appassionati di batteri. Viene da chiedersi: quando cerchiamo una “nota acida” non è che in realtà sentiamo la mancanza di microbi gentili? Nel corso dei millenni, questo desiderio veniva normalmente soddisfatto dai batteri. I nostri antenati lasciavano fermentare il cavolo bianco per fare i crauti e bevevano il vino al posto dell’acqua (che nel medioevo era perlopiù contaminata in modo pericoloso). Facevano il pane con vera pasta acida naturale, o pasta madre, e mangiavano latte acido e yogurt di produzione propria».

Nel libro pure di grande successo “Mangiare bene per sconfiggere il male”, Mind Edizioni, della dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile Oncologia del Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino, leggiamo invece: «Tornando al latte e ai suoi derivati e a quanto di negativo possono contenere come il lattosio (e cioè il suo zucchero), gli ormoni, i fattori di crescita e la caseina, lo yogurt aggiunge a tutto ciò la sua acidità intrinseca. E l’acidità, l’ho già spiegato più volte, è quella brutta bestia…”(pag. 72).
A chi dobbiamo dare retta?

Renato Pierri

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