La nascita, la morte e gli sconcertanti discorsi di Umberto Galimberti

Una mia lettera apparsa sul blog “Italians – Corriere della Sera il 17 luglio 2017, col titolo “Charlie Gard, la vita, la morte e la volontà del Signore”, e sul blog “Come Gesù”, col titolo “Il piccolo Charlie direbbe: Lasciatemi andare alla casa del Padre”, è stata pubblicata su D – La Repubblica del 5 agosto, con la risposta a mio parere sconcertante del filosofo Umberto Galimberti.

Comincia così: “Intorno alle situazioni-limite, che sono poi la nascita e la morte, non bisogna far chiasso in nome di Dio o contro Dio”.

D’accordo, ma chi ha fatto chiasso in nome di Dio o contro Dio? Scrivere una lettera significa far chiasso? E va bene, andiamo avanti con la risposta: “Se uno crede che sia Dio a dare la vita e la morte non è il caso di andare a vedere se di questa credenza c’è una corrispondenza nelle Scritture”. E perché un credente non dovrebbe dire ad un altro credente: guarda che stai sbagliando, in tal modo offendi Dio, hai mal interpretato le Scritture?

Ma ecco il motivo addotto dal filosofo: “Perché, a prescindere dal fatto che questo riscontro lo si trovi o non lo si trovi, se uno trae conforto dal pensare che le cose vanno così, per quale sadica ragione, nell’abisso del dolore, togliergli questa consolazione?”. Semplice, caro filosofo, perché qui importante non è il vantaggio di chi trova o non trova conforto in certe assurde credenze, importante è il vantaggio, l’interesse della creatura che sta soffrendo e sta morendo. Se si è persuasi che sia Dio a voler tener sulla croce una creatura innocente, e che sia Dio a stabilire l’ora della sua morte, si corre il rischio di tenerlo a lungo sulla croce, fino a che Dio non decida di farlo morire. Si finisce per cadere nell’accanimento terapeutico. Si diventa inconsapevolmente crudeli verso una creatura innocente.

Qualche anno fa venni a conoscenza di una storia impressionante. Un prete missionario, grazie a macchinari, tubi e tubicini, tenne in vita il più a lungo possibile un bambino sofferente e in condizioni disastrose, persuaso che si trattasse del suo “piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme…Lo bacio, lo bacio sempre”. Aberrazioni.

Il filosofo continua: “La verità, sempre difficile se non impossibile da trovare quando si tratta delle cose ultime, o serve per trovare la forza per continuare a vivere o non è di alcuna utilità”. Nel caso specifico la verità era utilissima al bambino che stava soffrendo e morendo.
E’ evidente che Galimberti continua a considerare la persona che perde un figlio, e non il figlio. Ciò detto, non so davvero chi possa trovare conforto pensando che sia Dio a mettere sulla croce un bambino e a farlo morire prematuramente.
La conclusione di Galimberti: “La natura distribuisce la vita e la morte con una noncuranza assoluta, dando o non dando le condizioni di esistere. Per essa non è di alcun interesse la sorte degli individui, ma unicamente il ricambio generazionale, tenendo in vita i più idonei e lasciando perire i meno idonei… “.
Ma guarda! E chi lo sapeva?

Renato Pierri

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