La globalizzazione degli orticelli e degli imbecilli

Muri, fili spinati, leggi e manganelli per chiudere le frontiere della globalizzazione del razzismo e della povertà, ora anche la Svizzera ci pensa.

Nasce l’ Europa degli orticelli, dei tanti Nord e dei tanti Sud, del “pensiamo prima a noi”, a quel noi che non riesce a pensare neanche al sé, che si rinchiude, si barrica, combatte un nemico che nemico non è, nella certezza che l’egoismo sia la soluzione agli egoismi di chi ci comanda, perpetuandolo ognuno nel proprio piccolo, con lo stato confinante, con l’immigrato affamato e denutrito, con quello del paese vicino, del rione malandato.

Confini che si sovrappongono a confini, in un moltiplicarsi maniacale, senza senso e senza futuro, in una lotta tra chi non spera e chi si dispera, tra i tanti “non comprendo” e “non capisco”, costretti a immaginarsi un futuro aggrappati ad un gommone o a ricercarlo negli scarti del supermercato vicino casa.

C’era un tempo, tanto tempo fa, che erano le condizioni di vita ad unire le persone contro chi era la causa delle povertà e delle ingiustizie. In quel tempo, di tanto tempo fa, il colore della pelle o il luogo dal quale provenivi non era di nessuna importanza, valeva la necessità comune di far sì che a tutti…e proprio a tutti fosse dato ciò che gli spettava di diritto, e quel diritto era un diritto che non aveva nessun confine.

Ora prevalgono i confini, i colori, le fedi, l’indirizzo sessuale, il paese dal quale si proviene, una specie di check-in, di controllo sulla “validità” dei tuoi bisogni in una scala che va dall’ “opportunità” al  “problema di ordine pubblico” a seconda se sei un ricco sfondato, pronto a depredare ed a sfruttare persone e cose, o un povero disgraziato, arrivato su un gommone stracarico.

Davanti al ricco sfondato crollano muri e reticenze, si aprono porte e portoni, si accettano sfruttamenti e maltrattamenti, si spiegano bandierine e si moltiplicano sorrisi, si tira fuori il proprio cellulare per immortalare il momento del suo passaggio, che solitamente non avviene su un barcone stracolmo, gli orticelli divelgono i loro infami steccati per lasciare libero il passaggio a chi distruggerà, senza pensarci neanche una volta, ogni singola foglia di quella terra e di quella dignità dimenticata.

Davanti a chi è vittima dei nostri stessi sfruttatori ritroviamo quel “coraggio” che ci manca, quella voglia di pretendere ciò che è stato tolto a noi e pure a loro, solo che lo chiediamo a chi non ha più nulla e nulla ci può restituire.

Ormai nei nostri infiniti orticelli, sempre più piccoli ed angusti, non sboccia più il seme della ragione.

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