Il sacrificio di Isacco e la forzatura di Recalcati

Sfogliando in libreria il volumetto di Massimo Recalcati “Il segreto del Figlio (Feltrinelli), vedo a pagina 83 un paragrafo dedicato all’episodio del sacrificio di Isacco, nella Genesi.

Stesso argomento che Recalcati affrontava in un articolo su La Repubblica del 15 maggio 2016, intitolato: “Il gesto di Abramo padre tormentato tra amore e timore”. E poiché non ho acquistato il libro, trascrivo dall’articolo: «Senza addentrarmi in una lettura teologica di questa scena vorrei cogliere laicamente il suo focus nel sacrificio a cui Abramo e sua moglie Sara sono chiamati da Dio. In gioco è la rinuncia di ogni proprietà sul loro amatissimo figlio. Ma che figlio è Isacco? Il testo biblico lo presenta come il figlio della promessa. Egli viene al mondo grazie alla parola di Dio da due genitori ormai anziani, fuori tempo biologico, incapaci di generare naturalmente. In questo senso Isacco è un puro dono di Dio. È il figlio tanto sperato quanto inatteso; è, quindi, il figlio più amato, l’unigenito immensamente desiderato. Ora, non è privo di importanza che Dio comandi che sia proprio questo figlio, il più amato, il figlio da sacrificare. Perché? Nella lettura anti-sacrificale proposta da André Wénin, Dio non esige il sacrificio umano di Isacco ma esige che i suoi genitori lo sappiano perdere; che sappiano rinunciare alla sua proprietà».

E’ un’interpretazione fantasiosa, una bella forzatura. Sembra non si voglia ammettere che questo episodio come tanti altri dell’Antico Testamento è assurdo, crudele, ed ha un significato preciso: Dio mette alla prova la fede di Abramo chiedendogli di uccidere il figlio. Questo è il suo significato. L’autore biblico senza rendersi conto dell’offesa a Dio, gli attribuisce un disegno che mai passerebbe per la testa di un padre amorevole terreno. Si immagini, infatti, lo stesso episodio riportato nella nostra vita. Un uomo non conoscendo il proprio figlio, non essendo persuaso che gli voglia veramente bene, che abbia piena fiducia in lui (il che non potrebbe accadere al buon Dio), per metterlo alla prova gli ordina di uccidere il figlio (il nipote, il figlio del figlio). Aspetta che il figlio stia per accoltellare la vittima e lo ferma. Nessun padre amorevole farebbe un’azione del genere, e nessun figlio obbedirebbe ad un padre che gli chiedesse di diventare un padre snaturato.

Se fosse vera l’interpretazione di André Wénin, riferita da Recalcati, che Dio non esigeva il sacrificio di Isacco, ma semplicemente che i genitori sapessero perderlo, rinunciare alla sua proprietà, non si comprenderebbe perché l’autore biblico attribuirebbe a Dio il comando di uccidere Isacco e non semplicemente di abbandonarlo, di mandarlo via da casa. Inoltre: l’episodio “è anche una condanna della prassi orientale di sacrificare i bambini per la fondazione di un palazzo (sacrifici di fondazione)” (Emanuele Testa, La Bibbia, Edizioni Paoline). Che cosa c’entra la rinuncia alla proprietà?

Non si deve dimenticare che è del pensiero dell’autore biblico che bisogna tenere conto, di ciò che lui voleva dire, altrimenti si commette l’errore di sostituirsi a lui.

Renato Pierri

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