Espatriati, viaggiatori, esploratori, eroi del nostro tempo di Vanessa Bellar

Oggi voglio raccontare una storia. Una storia che è diversa da quelle che popolano le pagine dei quotidiani.
È la storia di una donna che un giorno, camminando lungo le strade di una città qualunque nord americana, si guarda intorno e si sente, per un attimo, una perfetta estranea. Un’aliena in una terra sconosciuta. Sting cantava “I am an Englishman in New York” e nella canzone esprimeva questo senso di alienazione.
E’ una strana condizione quella degli espatriati. Volutamente orfani della propria cultura e figli adottivi di una cultura che non sarà mai veramente loro. Non ci sentiamo più né carne ne’ pesce. Collocati in una zona di mezzo in cui si oscilla agilmente tra due mondi, due dimensioni, due modi di essere, a seconda della situazione. Una volta rimosso il senso di appartenenza, rimane la natura umana, nuda e cruda, che ci accomuna tutti allo stesso modo. E ci si spoglia dei pregiudizi, dei razzismi, dei dogmi. L’evoluzione è sempre positiva. Ma il nostro DNA culturale è diluito, reciso. Nessun Paese potrà mai più essere perfetto, nessun luogo mai più un’oasi felice. La ricetta della felicità passa per l’eldorado che pensavamo esistesse “altrove” e si schianta contro il realismo acquisito di chi ha imparato a guardare le due facce della stessa medaglia. Rimane la consapevolezza che una vita vissuta fuori dalla propria campana di vetro è una vita vissuta nella propria interezza, faccia a faccia con il proprio io.
Ovunque vada, ovunque viva, sarò sempre un pesce fuor d’acqua, una creatura sospesa tra cielo e terra, un’anima errante in un limbo in cui non esistono né bandiere né inni nazionali ma solo persone, ognuna alla ricercar della propria essenza. Rabdomanti di esperienze, ergastolani di nuovi mondi. Noi, turisti per sempre.

Vanessa Bellar

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