Chi non è un po’ folle e un po’ sognatore non può apprezzare “La La Land”

Al lettore “più che deluso e sconcertato” dal film “La La Land”, autore della lettera su Italians – Corriere della Sera del 12 febbraio, vorrei ricordare che l’ultimo lavoro di Damien Chazelle è dedicato ai folli e ai sognatori.

Se uno non è almeno un pochino folle e sognatore, è ovvio che non può apprezzare il film. Io che, nonostante i miei ottant’anni, continuo ad essere un po’ folle e un po’ sognatore, ho visto il film due volte in lingua originale, a distanza di pochi giorni, e la seconda volta mi è piaciuto ancor più della prima.

Il lettore scrive, tra l’altro: “Recitazione approssimativa: Ryan Gosling sembra che abbia una sola espressione. Meglio Emma Stone, ma di poco”. Io li ho trovati bravissimi. Ryan Gosling, poi, oltre che bravo è bello e simpatico, tanto che pur non essendo omosessuale, se lo conoscessi di persona, essendo un po’ folle, potrei anche innamorarmene. Scherzo, scherzo, ovviamente.

Però, considerato che non sono un grande intenditore, trascrivo qualche riga da una recensione di un esperto di cinema e fumetti: “Emma Stone e Ryan Gosling, le due star e in pratica gli unici personaggi del film, sono molto bravi (Gosling, del resto, oltre che attore è anche musicista, e buon conoscitore sia del musical sia della storia del cinema), essenziali nel restituire qualcosa di questo evanescente quanto onirico cinema del passato. Così evanescente, eppure così persistente. Se è vero che si pensa a tutto il musical degli anni cinquanta, il già citato West side story, ma anche Un americano a Parigi di Vincent Minnelli (1951), o Cantando sotto la pioggia (1952) di Stanley Donen, o ancora È nata una stella (1954) di George Cukor (al quale il film rimanda anche per la sua regia, parziale, di Via col Vento, ma pure al Casablanca di Curtiz). Si può anche pensare, risalendo la cronologia del musical, alla coppia perfetta, davvero quasi divina, di Fred Astaire e Ginger Rogers o ai tanti film di Busby Berkeley… La sua bellezza più vera e più importante, quel che non ne fa una bolla da tardi anni ottanta, è in parte costituita dal suo essere un film di solitudine. Sta qui, insieme alla sua eresia di essere falsamente citazionista e postmoderno, la profondità e la particolarità di questo bel film realizzato da un giovane talento da seguire con attenzione nel proseguimento del suo sogno” (Francesco Boille, Internazionale del 25 gennaio 2017).

Attilio Doni

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